“Non si riesce a vedere la luce in fondo al tunnel”, continuano a sostenere i pessimisti – o forse realisti? – di fronte all’attuale situazione economica; situazione ancor più aggravata dalla confusione politica e istituzionale in cui è precipitato il nostro Paese. Addirittura qualcuno ancor più pessimista sostiene ironicamente che “la luce che si vede in fondo al tunnel è quella di un treno che ci sta piombando addosso!”, paventando un ulteriore peggioramento dell’attuale situazione.
D’altra parte i numeri parlano chiaro e riferiscono di “un’Italia che non cresce e, anzi, regredisce”, così come ampiamente ricordato dal Direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio Mariano Bella durante un recente incontro organizzato da ANDEC in collaborazione con GfK. Negli ultimi sette anni il PIL reale del Belpaese è sceso di ben 10 punti percentuali e, di pari passo, sono scesi – per non dire precipitati – anche i consumi procapite e la propensione all’acquisto di beni, soprattutto durevoli. E, purtroppo, non finisce qui. Contemporaneamente al crollo degli indici di salute della nostra economia, sono invece aumentati in modo considerevole il peso e il costo delle “spese obbligate”, ossia quelle spese che le famiglie devono necessariamente sostenere per supportare la vita di tutti i giorni, come, ad esempio, quelle per l’abitazione, per la salute o per il carburante. Senza contare la disoccupazione, soprattutto giovanile, che ha ormai raggiunto i valori più elevati dal dopoguerra, e il reddito procapite e i salari, anch’essi in picchiata. Fenomeni, tutti, che, di certo, non aiutano la propensione e le possibilità di acquisto di beni non alimentari come elettrodomestici ed elettronica.
Chiacchierando con alcuni addetti ai lavori del settore eldom, sia dell’industria sia della distribuzione, ci siamo trovati di fronte a volti seriamente preoccupati, e non tanto per la situazione economica, ma, più che altro, per lo stallo socio-politico i cui il Paese è piombato: “Bisogna darsi una mossa! Non c’è più tempo!”, è la parola che accomuna tutti. Ed è ciò che, più di ogni altra cosa, abbiamo bisogno in questo momento. E il segnale arriva soprattutto dall’estero. Abbiamo provato infatti a chiedere a operatori appartenenti ad aziende anglosassoni cosa ne pensavano i loro colleghi di oltremanica e oltreoceano dell’Italia, e la risposta è stata univoca: “Se non si esce nel più breve tempo possibile da questa empasse, l’Italia rischia davvero il fallimento!”. E, si badi bene, non si tratta di “profezie” catastrofiche in stile Maya o Nostradamus, ma, purtroppo, di pura realtà. Gli esempi di Grecia e Cipro sono, difatti, talmente vicini e così terribilmente concreti da non passare di certo inosservati.
Senza contare tutte quelle aziende straniere, che, pian piano, hanno lasciato, o stanno per lasciare, il nostro Paese: ci sarà pure un buon motivo, ci viene da pensare…
Eppure, come si suol dire, bisogna – si deve – andare avanti. La “macchina Paese” non si può fermare: l’industria deve continuare a fare l’industria e a produrre prodotti carichi di qualità e innovazione e la distribuzione a fare da centro di formazione e approvvigionamento per i consumatori finali. Ed è proprio questo che, per fortuna, stiamo continuando – e vogliamo continuare – a vedere, crisi o non crisi. Chapeau, infatti, a tutte quelle aziende che in questi giorni hanno presentato prodotti davvero all’avanguardia per funzionalità, design ed ecosostenibilità; e complimenti a tutti quei retailer che continuano imperterriti a investire e a studiare sempre nuove forme di commercio ed engagement, soprattutto in ottica digitale e multicanale. Che siano promozioni dai contenuti bizzarri o addirittura eclatanti, oppure rinnovamenti o inaugurazioni di nuovi punti vendita poco importa; l’importante è che si facciano… Una vecchia legge del marketing sostiene difatti che, proprio nei momenti di maggiore crisi, occorre incentivare la comunicazione e il contatto col cliente finale. Crediamoci e mettiamola in pratica, magari seguendo ciò che il prof. Giuliano Noci del Politecnico di Milano sostiene ormai da tempo: “Se è vero che il commercio tradizionale deve imparare a coesistere con le tecnologie digitali è altrettanto vero che lo spazio fisico del punto vendita deve essere valorizzato. E il digitale è una tecnologia amica di questa valorizzazione”.
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